Mi capita sovente di vedere contenuti che alzano la voce per provocare e compiacere. E funzionano. Attirano like, commenti, adesioni entusiaste. Ma quante volte, di fronte a certi titoli accattivanti o polemiche preconfezionate, ci fermiamo davvero a riflettere? Siamo sicuri di sapere cosa stiamo condividendo? Di aver letto fino in fondo? Di non star solo rincorrendo l’onda del momento per restare nella bolla giusta, magari sperando in una menzione, in una connessione, in un passaggio di visibilità?
Mi interrogo – soprattutto nel mondo del turismo e della cultura, ma vale ovunque, su quanta attenzione dedichiamo allo studio, all’analisi delle fonti, alla costruzione di pensiero autonomo, alla cura della scrittura. Sento il bisogno di difendere una comunicazione più lenta, che non confonda un post virale con un articolo e un buon titolo con una buona idea.
L’AI? Mi fa meno paura dell’ingenuità (o furbizia) umana. L’intelligenza artificiale ha bisogno di contenuti validi, pensati, verificati. Di chi la alimenta con responsabilità. Non di chi diffonde, magari in buona fede, dati non attendibili o riflessioni raccolte a strascico e impacchettate.
Dall’economia delle relazioni al business delle relazioni è un attimo.
Credo nell’economia delle relazioni, ma, più che una pratica generativa, mi pare stia diventando uno slogan inflazionato. Fare economia delle relazioni significa stare nei territori, ascoltare davvero le comunità, accompagnare i cambiamenti senza cercare scorciatoie.
Mi impongo da tempo un esercizio: spugna e strizzata. Ascolto chi ha grande seguito e chi non ce l’ha. Poi “strizzo” via tutto ciò che è solo effetto speciale, piacioneria, autoreferenzialità, notizie manipolate, informazioni omesse e salvo ciò che resta. Quello che ha peso, che ha fonti, che apre pensiero. Il resto? Scivola via.
E mi tengo stretta una convinzione: la superficialità è molto più pericolosa del dissenso.
Comunicare il territorio non è un dettaglio.
Oggi più che mai, molti luoghi si affannano per ritagliarsi un proprio spazio sulla mappa del turismo, ma la vera sfida non è solo creare offerte: è raccontare un’identità.
Grazie anche al confronto con i professionisti di @Assidema, torno a ribadire la mia opinione: la comunicazione è uno strumento di governance, e non deve essere considerata una voce accessoria, ma strategica per tenere insieme comunità e prodotti.
Il progetto True Sounds, che curo da un anno, è iniziato dal basso: incontri con le comunità, ascolto attivo, utilizzo del mio metodo Mirror Mood per far emergere identità, valori, sogni e criticità. Passo dopo passo, è stata costruita con i tour operator una nuova offerta turistica coerente e in sintonia con ciò che davvero distingue il territorio su cui agisce True Sounds (vi svelerò quale!).
Ma la costruzione del prodotto non basta, come già trent’anni fa ammonivano i guru del marketing. Senza una comunicazione consapevole e strategica, anche il progetto più visionario rischia di restare invisibile.
Comunicare non significa quindi solo promuovere: vuol dire usare le parole corrette, un dizionario condiviso per restituire senso, rafforzare l’identità locale, creare partecipazione e appartenenza, anche dei nuovi abitanti.
Solo così ogni destinazione può mostrare quell’essenza che la distingue da altre. Un esempio? I giochi della tradizione e le narrazioni tramandate.
Il racconto di True Sounds proseguirà nei prossimi mesi. Oggi il progetto True Sounds è al terzo capitolo e la scelta degli strumenti di comunicazione vuole contribuire a creare ponti tra passato e futuro, tra chi abita il territorio e chi lo visita, tra racconti e azioni, per trasmettere il valore di un’identità pronta a diventare attrattiva anche per i più giovani.

Gentile Liana lei costruisce una narrazione differente che parla di economia civile, dove ogni visitatore deve essere il benvenuto. E poi: ” spugna e strizzata”…veronica d’alta classe. Con affettuoso rispetto Alberto
Grazie per il suo apprezzamento e per il riferimento a una “economia civile”, di grande suggestione!