Parigi a 5 sensi

Viaggiare con i sensi

Un piccolo racconto scritto per il corso Traverl Writing tenuto dallo scrittore Alessio Romano per la Scuola Holden. Un viaggio a dire il vero che si consuma solo all’interno dei Giardini delle Tuileries a Parigi, ma che amplifica sensorialità e desiderio di vivere nuove avventure. Chi mi conosce sa che sono in fissa da tempo con i cinque sensi per caratterizzare le esperienze da affidare al ricordo dei turisti (e al desiderio di ripeterle). L’esempio principe è la Santa Esperienza gemmata dall’itinerario culturale Bormida Gotica. Lungo il fiume Bormida, venticinque comuni hanno chiese e pievi che sono scrigni di affreschi gotici e tardo gotici di straordinaria bellezza. Le esperienze e i pacchetti turistici sono realizzati dai professionisti del settore. Per saperne di più, visita i siti valbormidaexperience.eu bormidagotica.it viadelgotico.it e segui la pagina FB (e IG) Valbormidaexperience. Ma ritorniamo a Parigi…

Il Giardino delle Tuileries di Liana Pastorin

Fuori dall’albergo, dall’altra parte della strada, il Giardino delle Tuileries. Non so se ho voglia di entrarci.

Mi accendo una sigaretta e, cercando la fiamma, il mio sguardo si allunga a sinistra, fino all’angolo da cui una giostra incombe minacciosa sui passanti.

Le lance nere e oro della cancellata sembrano baluardi dell’Ancien Régime, resistenza silenziosa all’invasione del Luna Park, la versione pop della Ville Lumière.

Ma sì, finisco la sigaretta e poi entro. Un ingresso è proprio qui davanti. Mi piace osservare le espressioni delle persone, l’andatura, chi ignora il Giardino e chi, come quella donna con il cane, l’ha scelto come destinazione.

Spengo la sigaretta, oltrepasso la fila di auto, la quinta mobile di persone e biciclette, fino al varco spalancato come una bocca, e quella donna, stretta nel suo cappotto rosso, è una caramella che sta per essere inghiottita.

Rimango alla cancellata e la guardo indecisa se inoltrarsi nei Giardini, forse intimorita dalla presenza dei gendarmi. Resta lì, in quel limbo, un rettilineo di terra battuta parallelo alla cancellata, perfetto per passeggiare con il cane. A ogni fine percorso incontrano un ostacolo e ripartono.

Il passo della donna si fa più lento, come se avesse realizzato solo ora di aver scelto un confine al di là del quale vive una città popolata di leccornie psichedeliche e casette stravaganti. I giochi intramontabili sono gli stessi della mia infanzia, dei luna park di periferia, che nascevano e morivano in un amen: giostre traballanti, seggiolini sbiaditi e diffuse tracce di ruggine. I giostrai erano guardati con diffidenza da mamme angosciate da pericoli inesistenti, incapaci di contenere i figli abbagliati dal vortice di luci colorate.

Perché, qui, mi sento fuori luogo? Chiudo gli occhi. Non mi muovo. Non ancora.

Per un istante, mi tengo a una lancia della cancellata del Giardino delle Tuileries. La superficie fredda e liscia mi trasmette la stessa sgradevole sensazione della cannuccia di metallo tra le labbra. Lascio l’improvvisata boa e mi guardo intorno per decidere in quale direzione muovermi. Cammino sul parterre di ghiaia (il sadismo dei giardinieri è nel bruxismo delle aiuole, in quel digrignare dei sassolini sotto le nostre scarpe) e mi fermo al limitare del nastro in terra battuta.

Inspiro profondamente per stanare il sottile malumore che mi pervade, ma un colpo di tosse mi impedisce di soffiarlo via come vorrei. Allontano allora le mie paturnie insistendo in una cecità temporanea e mi faccio spugna per assorbire i rumori che mi circondano. Tra i richiami sonori delle giostre, i jingle e gli imbonitori che invitano i visitatori a mettersi alla prova, riconosco una musica familiare e strana allo stesso tempo: è Hotel California! In francese…

Sorrido da solo come uno scemo, compiendo quel gesto che, mi hanno fatto notare, significa “questa cosa mi ha sorpreso, forse non la condivido, però mi provoca piacere”: mi gratto la testa con le dita della mano destra, godendomi la sonorità rilassante prodotta dallo sfregamento sul cuoio cappelluto e sui riccioli.

Mi sto rilassando.

Improvvisamente, qualcosa tocca il mio polpaccio e abbaia. Spalanco gli occhi.
La donna con il cappotto rosso mi fa notare che sono un ostacolo sul percorso. Mi sposto, pronto a scusarmi, ma mi confonde il miele di castagno della sua voce e dei suoi occhi.

Le sorrido e dò una grattatina alla testa del barboncino, che scodinzola amichevole. E proprio in quel momento la donna scoppietta in una risata argentina che risveglia in me il ricordo del crepitio della legna, la pizza, la fame…

“Chichis fregis?” azzardo.
E lei ci sta.

In un attimo ci ritroviamo uno accanto all’altra a un banchetto del Luna Park da cui si levano volute di zucchero bruciato, olio fritto e nostalgia. Mi piace quel suo modo di inclinare il volto verso le cose per guardarle con più attenzione.

Camminiamo lentamente verso un odore pungente e dolce, caldo e sporco come una carezza con le mani impolverate. Il barboncino ci precede a balzi.
Un venditore mi porge un sacchetto di carta già macchiato d’unto, e io sento la superficie ruvida della carta tra le dita, il tepore che si espande fino al polso, l’aroma che si fa nido nelle narici. Le allungo il cartoccio da cui estrae, a occhi chiusi, il primo chichi e lo addenta con l’allegria di una bambina.
Un granello di zucchero le resta sul labbro. Potrei dirglielo. Potrei toglierlo.
Invece, ne prendo uno anch’io. L’impasto è molle e caldo, quasi liquido all’interno, e il sapore mi schiude la bocca.
C’è qualcosa di intimo, di sfrontatamente sensuale, nell’osservarla mentre leccandosi le dita cerca di non sporcarsi il cappotto. Nel suo gesto, c’è un pudore antico che diventa promessa. O, forse, pericolo?

Mi avvicino. Il profumo della cannella, del burro e della sua pelle, tutto si mescola in un bouquet che non ho mai respirato prima.
Ogni morso è una dichiarazione muta, ogni sbuffo di zucchero un invito.

“Ce n’è ancora uno” dico, sollevando l’ultimo dolce dal sacchetto, che lei mi scippa dalle dita.
Si prende la metà che le spetta e poi, lentamente, mi imbocca.

Nello stesso istante, lei si lecca via un po’ di zucchero dalle labbra e io mi passo due dita sulla bocca per accertarmi di non essermi imbrattato.

Mi sembra che stia sorridendo e il suo sorriso mi confonde, come, di nuovo, mi confondono i suoi occhi di miele scuro in cui sono irrimediabilmente invischiato.

Si allontana di qualche passo, ma poi si volta.

“Andiamo?”
E non capisco se intende adesso, o per sempre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *