Il 14 marzo 1986 è finita la civiltà

Non è un déjà vu. Succedeva trenta, quaranta, cinquant’anni fa: mutuo soccorso tra vicini di casa, pianerottoli con gli stessi zerbini alle porte per un senso di ordine, cortili puliti e popolati da bambini gioiosi, meglio che al dopo scuola. Spazi comuni accoglienti, come è capitato durante il lock down.

C’era una volta uno spazio a “L” in cui i bambini giocavano dopo i compiti fino all’ora di cena, e anche al sabato e alla domenica, se non potevano andare fuori porta con i genitori. Le conte, i rimbalzi della palla, i battibecchi, il trillo dei campanelli delle bici sbocciavano sull’asfalto del cortile come fiori a primavera, fuochi d’artificio d’estate e foglie d’autunno dai colori così accesi che non vogliono saperne di spegnarsi.

Quei bambini erano ingegnosi e, anche se costretti a casa in punizione o durante il rigido (in vero brevissimo) coprifuoco della siesta pomeridiana, si cercavano con lo sguardo o si chiamavano dai rispettivi balconi e condividevano con i più vicini messaggi sparati dalla cerbottana o tradotti con l’alfabeto muto, trasportati in piccoli cestini calati e fatti risalire o spostati da una ringhiera all’altra.

Giocare in cortile aveva numerosi vantaggi per tutti e per i ragazzini era terreno di relazioni e di libertà conquistata. Era infatti vietato uscire fino a che non si raggiungeva l’età (definita da ogni madre a suo insindacabile giudizio) per fare il “giro” dell’isolato. Ma ai ragazzini più vivaci bastava infrangere il divieto con un percorso molto più breve, esterno alla “L”, uscendo da un’estremità e entrando dall’altra attraverso i passi carrai. Pochi minuti di assoluta libertà, in solitudine, divorati in frettolose sbirciate alle vetrine dei negozi – frutta e verdura, gioielleria, farmacia, macelleria e i preferiti: latteria e panetteria – per specchiarsi e vedere l’effetto che faceva.

Tornati in cortile, il cronometro attestava il record della settimana, si commentava l’avventura e si ricominciava a giocare all’elastico e a nascondino nelle “portine” dei singoli palazzi. Il cortile era il luogo sicuro per eccellenza, su cui gli adulti – non necessariamente i genitori o i nonni – davano un occhio e, nel caso di “irregolarità”, tiravano fuori il cartellino giallo e ammonivano direttamente.

I negozianti si affacciavano dal retrobottega, chi come il fruttivendolo per accatastare ordinatamente le cassettine di legno, regolarmente sottratte per la gara di slalom con i pattini, la lattaia e la panettiera per gli stick (ghiaccioli), i cicles (chewgum), i chupa chups a fronte dei pochi spiccioli raccolti nelle tasche, perché “se vuoi fare merenda, vieni su a casa”.

I portinai, dalla loro dignitosa e generosa abitazione, erano gli angeli custodi sempre pronti ad accogliere per medicare una sbucciatura od offrire un bicchier d’acqua.

Come è potuto accadere che un venerdì di fine inverno di 34 anni fa la maggioranza in assemblea condominiale abbia deciso di chiudere ai bambini e aprire al parcheggio delle automobili e poi chiudere alle automobili e piazzare pali e catene di ferro come dissuasori così che – temporaneamente s’intende – le auto si fermano in mezzo al cortile, oggi pieno di cassonetti per la raccolta differenziata e in uno stato generale di degrado e incuria spaventoso, perché, a un certo punto, ovviamente, è stato deciso che anche i portinai erano figure superflue?

Ancora oggi, spiccano i cartelli che vietano il gioco, posti a pochi metri l’uno dall’altro, in un distanziamento che è davvero sociale, culturale ed emotivo.

E pensare che sarebbe stato un luogo perfetto per trascorrere la quarantena con tutti quei giochi che si possono fare mantenendo la distanza fisica e la mascherina sul viso.

Eppure la pandemia ha portato qua e là anche del bene gratuito e spontaneo, ha risvegliato il senso civico, la disponibilità alla condivisione; una mano e un orecchio tesi ad allungare la spesa o a monitorare i rumori dell’inquilino del piano di sopra, che, mai come durante il lock down, ci hanno tenuto compagnia e rincuorato sullo stato di salute del vicino. E poi i balconi per incrociare gli sguardi, cantare, ballare, fumare una sigaretta o bere un bicchiere, e in certi cortili la pavimentazione è stata disegnata per stare insieme ricordando di avere cura della salute nostra e degli altri.

Ritornare alla civiltà è quindi possibile! Basterebbe radunare i bambini e sperare in un Peter Pan che guidi la rivolta.