Da qualche tempo il turismo sembra aver scoperto il silenzio. O almeno la sua versione più vendibile.
Resort “silent”, esperienze di digital detox, ritiri immersi nella natura, luoghi dove “non si sente nulla”. È diventato quasi uno status symbol: più un luogo è descritto come silenzioso, più sembra autentico.
Eppure continuo a pensare che ci sia un equivoco.
Il silenzio assoluto non esiste. E forse non è nemmeno ciò che desideriamo davvero.
Non a caso diciamo “un silenzio di tomba”. Un’espressione che richiama un’assenza di vita, non certo un ideale di benessere.
Un bosco non è silenzioso. È pieno di suoni. C’è il vento tra le foglie, il fruscio degli animali, il canto degli uccelli, l’acqua di un torrente, perfino il rumore dei nostri passi sul terreno. Sono questi i suoni che rendono vivo un luogo. La natura non tace: parla una lingua diversa dalla nostra.
Quello che cerchiamo, allora, non è il silenzio. Cerchiamo di poter ascoltare quella lingua.
Per questo disturbano tanto il rombo delle moto che attraversano una valle, la musica sparata dal villaggio turistico, le urla provenienti da un percorso avventura, il megafono di un torneo sportivo che arriva fino al sentiero, magari trasportato dal vento. Non perché producano semplicemente rumore, ma perché interrompono una relazione. Introducono una colonna sonora estranea al paesaggio.
Lo stesso vale per le città.
Anche una città possiede una sua identità sonora. Le campane, il mercato del mattino, il tram che passa, le conversazioni ai tavolini, il vociare di una piazza. Sono suoni che raccontano una comunità.
Ben diverso è l’inquinamento acustico prodotto dall’abitudine, sovente immotivata, di suonare il clacson, dalle marmitte volutamente rumorose, dai motori che ruggiscono ai semafori come se ogni ripartenza fosse una gara, dalle sirene che finiscono per diventare parte del paesaggio anche quando l’emergenza sembra tutt’altro che evidente.
Questo sì è il logorio della vita moderna.
L’inquinamento acustico è forse la forma di inquinamento che notiamo meno perché ci siamo abituati. Eppure ci accompagna ogni giorno, modifica il nostro umore, aumenta lo stress, rende più difficile concentrarsi e perfino ascoltare noi stessi.
Per questo credo che la vera esperienza di viaggio non consista nello spegnere il mondo.
Consista, piuttosto, nell’accendere l’ascolto.
Ogni luogo possiede una propria impronta sonora. Imparare a distinguerla significa riconoscere la sua identità. Significa creare ricordi che sovente riaffiorano proprio attraverso un suono: un campanaccio in alpeggio, il verso di un rapace, il rumore delle onde contro un molo, il rintocco di un campanile.
Per riuscirci serve anche un piccolo esercizio di umiltà.
Ridurre il nostro rumore.
Parlare meno, camminare con passo leggero, evitare di riempire ogni pausa con musica, notifiche o telefonate. Essere presenti senza pretendere di occupare tutto lo spazio.
Forse è anche per questo che preferisco attraversare certi luoghi da sola. Non per isolamento, ma perché quando siamo soli è più facile entrare in sintonia con l’ambiente.
Alla fine, il vero lusso non è trovare il silenzio.
È riuscire ad ascoltare.
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